Oggi vorrei condividere un
pensiero che mi accompagna da qualche tempo. Una di quelle cose che,
una volta notate, non riesci più a non vedere: quanto è difficile
stare davvero nel qui e ora.
Non in modo astratto, ma nelle
piccole scene quotidiane.
Guardiamo un film e, quasi senza
accorgercene, prendiamo il telefono in mano.
Siamo a tavola con
qualcuno e una parte di noi è già proiettata a ciò che dovrà fare
dopo.
Facciamo qualcosa… e con la mente siamo altrove.
Non “per colpa nostra”, ma perché viviamo in un tempo che ci allena costantemente a essere divisi.
Questa riflessione è nata da una
conversazione semplice, fatta a cena.
Parole scambiate senza un
obiettivo preciso, che a un certo punto hanno toccato un nervo
scoperto: la difficoltà di essere presenti, oggi.
Gurdjieff ha parlato spesso dell’uomo che vive “addormentato”. Convinto di esserci, ma in realtà sempre un passo fuori da sé. Questa espressione forse potrebbe sembrare eccessiva… finché non iniziamo davvero a osservarci.
Quante volte il nostro corpo è
in un luogo, ma la mente è altrove?
Quante volte viviamo le
cose “in automatico”, senza entrarci davvero?
Questo stato di non-presenza non è pigrizia. Non è superficialità. È un adattamento. Un modo per reggere un mondo che chiede velocità e reazione immediata.
Ma c’è un prezzo sottile
che paghiamo:
Più viviamo “addormentati”, più perdiamo il
contatto con ciò che è autentico per noi.
Perdiamo il contatto con noi stessi. Viviamo le giornate come se dovessero essere attraversate, non abitate. Come se fossero compiti da spuntare, non esperienze da sentire.
Perdiamo la qualità delle relazioni. Possiamo essere fisicamente accanto a qualcuno, ma emotivamente assenti. E questo crea una distanza sottile, difficile da nominare, ma profondamente percepibile. L’altro lo sente. E in fondo, lo sentiamo anche noi.
Perdiamo il senso. Il senso non nasce dal fare tante cose, ma dal viverle davvero. Senza presenza, gli impegni restano sequenze di gesti portati a termine ma non interiorizzati, esperienze che scorrono senza lasciare traccia.
La presenza, invece, ci riporta a casa. Non come concetto spirituale astratto, ma come esperienza concreta.
Nei Tarocchi, quando penso alla
presenza, penso al Bagatto.
Non al Bagatto come colui che “sa
fare tutto”, ma come colui che è
lì.
Le mani
sul tavolo.
Gli strumenti davanti a sé.
Lo sguardo rivolto
a ciò che sta accadendo ora.
Il Bagatto non corre.
Non è
altrove.
Non è diviso.
È presente prima ancora di
agire.
Senza presenza, gli strumenti restano oggetti.
Con
la presenza, anche il gesto più semplice diventa significativo.
In
questo senso, la presenza è una forma di sacralità quotidiana.
Non
ha bisogno di rituali complessi. Ha bisogno di attenzione.
Un piccolo esercizio per allenare la presenza
Nel tempo ho imparato diversi
modi per allenare la presenza.
Qui ne condivido uno molto
semplice, ma efficace: non una pratica complessa, ma qualcosa che può
tranquillamente stare dentro le nostre giornate.
Scegli un gesto semplice. Uno qualunque: bere un caffè, camminare, lavarti le mani, accendere una candela.
Nota il contatto, il peso, il movimento, il respiro.
La mente, inevitabilmente, andrà altrove. Non è un errore. Accorgertene è già presenza.
Ogni volta che torni, stai
facendo esattamente ciò che il Bagatto insegna: essere lì, prima di
fare, prima di pensare, prima di reagire.
Non è un esercizio
per diventare “bravi”. È un modo per ricordarsi di esserci.
La presenza non è qualcosa che si conquista una volta per tutte. È un movimento continuo di allontanamento e ritorno.
E tu ci hai mai fatto caso?
Ci
sono momenti o situazioni in cui ti sei accorto di essere stato un
passo fuori da te?
Se ti va, condividi la tua
esperienza.
Riconoscere dove siamo poco presenti è già, di per
sé, un piccolo risveglio.

Sono costantemente altrove ..ne sono consapevole . Proverò il tuo esercizio. Grazie Giusi ! Buone feste !!
RispondiElimina